lunedì 20 febbraio 2012

Ss1-Inferno

Ss1-Inferno (Incipit), in: Writers Magazine Italia - Anno 5 - Numero 15


Mr. Mad è in piedi sulla porta. Quasi riempie il vano, ma solo per altezza. Uno scheletro. Trema. Rigurgita sillabe senza senso. Ha gli occhiali appannati. Forse ha preso qualcosa. Nessuno gli dà ascolto. Come di norma. Lui conta solo perché ci mette a disposizione il rustico di campagna. Usiamo il seminterrato. C’è la sala di registrazione fai-da-te, un cesso e uno stanzone ricolmo di divani, su cui eravamo tutti stravaccati finché Lucky non è venuto a scrollarci.
Mr. Mad suona la batteria.
Al centro della saletta insonorizzata, chino sul puzzle di tappetini carta-zucchero, c’è il povero Lucky. Siamo gli unici due a essere entrati nella saletta. Lucky. Fortunato. Povero, perché pare si facesse chiamare così anche quando suonava in un altro gruppo, ma da quando è entrato nei Theater of Pain ha iniziato a lanciare al vento ogni sogno di gloria. A me è sempre parso un nome da cagnolino ubbidiente e basta. Non diventerà mai un chitarrista famoso. Avrebbe potuto farcela, se avesse continuato con il blues e un bravo insegnante lo avesse fatto espatriare; invece il guru-fonico del paese lo ha convinto che i Theater of Pain erano il suo destino. All’epoca credevo anch’io che i ragazzi avessero la stoffa per farcela. Le loro canzoni sono belle. Sono bravi.
Ma sono idioti da non crederci.
Vogliono fare i Mötley Crüe. In Italia! Dove anche se ti pieghi al sistema e fai musica leggera diventi famoso sì e no nel terzo mondo. In TV le majors ti fanno credere di tutto, ma la musica è un hobby, al massimo un secondo lavoro.
Lucky non si è mai integrato abbastanza col resto del gruppo, e infatti è l’unico a dire di non toccare niente, di stare calmi e di chiamare qualcuno.
Boxer è seduto su una sedia accanto al mixer, di là del vetro. Ha la pelata madida e lo sguardo perso nel vuoto. Questo anche perché  è mezzo cieco, ma potrebbe almeno dire qualcosa. Ha sempre definito il suo migliore amico, quello lì sdraiato per terra; invece resta impassibile, con la sigaretta che gli si consuma fra le dita, e dondola la ciccia come se fosse catatonico. Mi fa rabbia. Da quando è successa quella cosa non si comporta più come prima con me.
Ah! Lui suona il basso.
E poi c’è Bitch. La troia del gruppo. È un bellissimo ragazzo, per carità. Peccato che, in fin dei conti, è idiota come tutti gli altri.
Sta lì, a succhiarsi il piercing conficcato fra il mento e il labbro inferiore, e osserva pensieroso la scena a sopracciglia alzate, mentre il kajal gli si squaglia sulle occhiaie. Mi piacerebbe sapere a cosa sta pensando, se è davvero capace di pensare in casi simili, se gli dispiace, o se in realtà la primadonna dentro di lui sta facendo i salti di gioia. Siede al mixer, appoggia i piedi sul tavolo sottostante, e oscilla all’infinito sulle zampe di dietro. È IL chitarrista. Quello che ha chiamato Lucky per avere un po’ di riempimento sullo sfondo quando si libera nei suoi struggenti assoli. Poi ha finito per farli quasi tutti Lucky, perché è più bravo, ma Bitch continua a comandare. È il capomastro delle registrazioni e scrive tutte le musiche per i brani dei Theater of Pain. Vuol fare tutto lui. Come Alan Parson.
Anche le donne se le scopa tutte lui.
Tranne me.
Non so se ormai mi odia o mi ama ancora di più, però non gliela darò mai.
Io amavo quella cosa mezza zebrata che adesso sta lì per terra, con le mèsches sparpagliate. La posa è goffa. Come lui. Si fa chiamare Dr. Feelgood, sempre per omaggiare l’operato dei Mötley, ma ultimamente credo anche la coca, che lo fa stare tanto bene.
Rock’n Roll!
Nei Theater of Pain fanno sesso solo i chitarristi e si droga... cioè, si drogava, solo il cantante. Il bello è che gli altri neanche lo sapevano, o meglio, non tutti. Io lo so che quello psicopatico senza midollo di Mr. Mad lo sapeva.
Sento che sto per sputare fuori tutti i rospi. Non ne posso più. Non so neanche se sto male o se mi sento liberata.
Da quando tra noi è finita non ho ancora capito cosa sia successo nella sua testa. Si è rivelato una persona completamente diversa da quella che credevo. Sono sotto shock. Ma non per quello che è appena successo. Devo ancora elaborare quello che mi ha detto per telefono l’altra sera.
È pazzo.
Anzi, devo abituarmi a pensare che ERA pazzo.
L’idiozia dei Theater of Pain consiste nel fatto che non sono pazzi come una vera street glam band con le palle. Ne sono una parodia paesana. Non hanno nemmeno un tatuaggio in cinque! Peccato, perché i numeri avrebbero potuto esserci se mi avessero ascoltato un po’ di più, quando ancora non mi consideravano la Yoko Ono della situazione.
Sono la loro manager da più di un anno; se non ci fossi stata io non avrebbero combinato neanche quel poco che hanno combinato. Sono sicura che se li lasciassi non rimedierebbero più nemmeno una data. Non sanno far niente da soli. Riuscirebbero a malapena a ultimare le registrazioni del demo, poi la promozione sarebbe già un problema. Sono degli incapaci. E degli idioti.
Ultimamente prendono un po’ meno per oro colato tutto quel che dico perché, se prima non ero donna ma un loro amico, ora che ho scopato col cantante sono la donna del cantante, e le donne dei musicisti sono stupide per definizione: recipienti di corna e bugie; altrimenti i rockers non potrebbero farsi i comodacci loro quando vanno in giro a suonare.
La verità è che anche le donne dei musicisti vogliono farsi i loro comodi quando i ragazzi vanno a suonare nel solito locale per l’ennesima volta; persino Pamela Anderson ha rimpiazzato Tommy Lee con un Kid Rock qualunque, in definitiva.
Per il momento ho deciso di restare con loro solo perché non voglio fare la parte di quella che, se litiga per faccende private con uno, rompe anche con tutti gli altri.
Poi si vedrà.
Intanto dobbiamo decidere cosa fare sul momento e capire che è successo, perché Dr. Feelgood già era idiota, poi figuriamoci se sarebbe riuscito a tirarsi una vangata fra capo e collo da solo...

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