venerdì 24 febbraio 2012

I musicanti degli elementi (Primo Capitolo)

"I Crisantemi, una band di stregoni legati agli elementi Acqua, Fuoco e Terra, compiono un incantesimo sui Mottetti, il nuovo gruppo di un loro ex membro, rubando date per esibirsi. Gallo, Picchio, Tordo e Falco (voce, liuto, flauto e viella dei Mottetti) dovranno cercare di ingraziarsi Ondine, Salamandre e Gnomi, gli Spiriti Elementali loro avversi, con il semplice aiuto delle Silfidi, legate all'Aria, elemento dominato da Falco prima di lasciare i Crisantemi. La musica potrebbe essere la loro forza, ma i Crisantemi hanno tolto la voce a Gallo..."

Queste le premesse di "I musicanti degli elementi", fantasy per ragazzi che ho pubblicato nel 2010 con Delos Books nella collana in ebook "Maghetti" (leggi a questo indirizzo la recensione di Emanuele Manco su Fantasy Magazine: www.fantasymagazine.it/libri/14089

L'ebook è disponibile sui principali Internet Store, fra cui IBS, Simplicissimus, Book Republic, Net-Ebook, e Bol. Su Pianeta Ebook la notizia dello starter kit.

Ecco qui il Capitolo Primo:

– Di’ a tuo fratello che ne porti una anche a me – biascicò Picchio con fare stanco.
Gallo si torse sulla panca e cercò con lo sguardo il ragazzo appoggiato al bancone. – Tordo! – Il fratello si voltò, grattandosi una basetta bruna. – Tre pinte!
– Tre-e? – cantilenò Picchio, sgomento.
– Sì, ne voglio una pure io. – E fece spallucce. – Hai qualcosa da ridire?
– Non ce la farà mai. – Si lamentò l’altro. – Verserà tutto.
Tordo li osservava da lontano con aria sperduta, aggiustandosi poco elegantemente le brache.
– E allora vattela a prendere da solo! – Gallo alzò le sopracciglia e cominciò a rovistare nella sua sacca, senza più degnarlo di uno sguardo.
Picchio si munse per un istante la barbetta dorata, poi scosse la testa stizzito e si diresse verso Tordo. C’erano rimasti ormai pochi clienti al locale e la calca aveva lasciato il posto a sguardi stanchi e sbadigli disseminati qua e là. Qualcuno dava sfogo alla sua allegria alcolica canticchiando versi stonati, qualcun altro si trascinava verso l’uscita borbottando le ultime notizie della notte, o le prime del mattino, e fare la coda al bancone non era estenuante come a inizio serata.
Quando Picchio tornò, Gallo si stava rimirando in uno specchio di rame verde come il muschio, facendo quelli che a Picchio parvero versacci alla sua immagine riflessa. – Ecco la tua birra. – esclamò con una smorfia, sbattendo la pinta sul tavolo. – Ti rifai il trucco?
– Non c’è niente da fare, uffa! – si lamentò Gallo, senza cogliere il motteggio del compagno. – Il nero di seppia col caldo non regge.
– Tanto, ormai – mugugnò Picchio, – per stasera, la tua l’hai combinata.
– Davvero – esplose Tordo, versando un quarto di pinta sulla custodia del liuto di Picchio. – Certo che avresti potuto almeno...
– Tordo! – sbraitò il liutista, stringendosi al petto la sacca di pelle con la forma dello strumento. – Quante volte devo dirti di fare attenzione quando tieni qualcosa di liquido in mano? – Sbuffò. – Citrullo...
– Scusa... – Gli angoli della bocca di Tordo si piegarono verso il basso. –  Non l’ho fatto apposta.
– Sì, lo so – mugolò l’altro. – è questo il guaio. – Strofinò il tutto, sbuffando di nuovo, poi si rivolse a Gallo: – Stasera l’hai fatta grossa, sul serio. Di questo passo ci rovinerai la piazza.
– Be’, ci sono tante ragazze carine – osservò Gallo.
– Non intendevo le donne – ribatté Picchio, – ma posti per suonare, citrullo.
– Tanto per cominciare citrullo sarai tu. Io non sono mica come mio fratello, che mi faccio dire di tutto da te! – E, con aria di superiorità, tornò a rimirarsi nello specchio. – E poi cosa vuoi che sia? – Scrollò la testa e aprì con un dito il sipario di capelli castani. – Era solo una serenata...
– Seee... – Picchio ingollò una lunga sorsata di birra. – Che non ci hanno pagato!
– Già – mugolò Tordo. – E io che volevo comprare quel flauto a doppia canna che ho visto dal liutaio...
– Poi tanto c’è Picchietto tuo che ti aiuta a portare i bagagli, vero? – ciangottò il liutista, lanciando un sorriso ironico al compagno.
– E un corno. – Tordo affogò in un sorso di birra. – Un corno di vacca dei monti! Il suono si sente a quattro miglia di distanza. – E piantò lo sguardo stupefatto nel suo. – E di notte a sei.
– E di che te ne fai?
– Allarghiamo l’organico!
Picchio fece schioccare la lingua sul palato e si aggiustò sulla panca. – Qui dobbiamo allargare la rete dei contatti. Altrimenti per colpa di questo damerino – e rivolse il palmo della mano verso Gallo, alzando la voce, – restiamo senza lavoro.
– Vi ho detto – ribatté Gallo, serioso, – che era solo una serenata. Vedrete che con le feste di inizio estate ci rifaremo.
Picchio allargò le braccia in un gesto disperato. – Ma così si spargerà la voce che il cantante dei Mottetti, invece di mettere una parolina buona per lo spasimante, fa gli occhi dolci alla donzella e se la conquista lui.
– Uf! Per una volta...
– Non è vero! – s’intromise Tordo, esibendo schiuma di birra sulla punta del naso. – Anche al compleanno della nipote del Conte...
– D’accordo. D’accordo. – Gallo si dondolava a ritmo di una musica immaginaria. – Ho capito. Non lo faccio più. Siete contenti?
Falco si schiarì la voce e l’occhio libero dalla benda, celeste e profondo come un’acquamarina, sbucò fra le folte treccine bionde.
Tutti si voltarono verso di lui. Fermi e muti, in attesa di un commento che non arrivò.
Il giovane se ne stava appoggiato con una spalla al muro su cui si schiudeva la finestrella e teneva l’avambraccio abbandonato sul tavolo. La viella riposava al suo fianco e il bicchiere di birra era ancora quasi pieno.
Dopo qualche attimo di silenzio, Picchio trasse un lungo sospiro. – Domani sarà meglio passare dal Sindaco per prendere accordi. La prossima festa sarà tra breve.
Ancora silenzio.
Falco si grattò il mento, incrociò le dita delle mani, rivoltò i palmi e si stiracchiò le braccia.
Rimasero tutti appesi al suo mutismo, guardandolo adocchiare fuori dalla finestra.
– Che c’è? – si arrischiò Tordo.
– Scintilla è irrequieta.
Gli altri tre allungarono il collo per accertarsi del dato rilevato dal compagno e tornarono a guardarlo incuriositi.
– Avrà fame – si azzardò ancora il più piccolo.
Falco alzò mollemente l’avambraccio e scosse la testa, adagio, lisciandosi il labbro inferiore col dorso dell’indice, mentre il grosso locandiere si avvicinava verso il loro tavolo.
– Ragazzi, non è che quei draghi da corsa mi carbonizzeranno l’entrata, vero? – esclamò, strofinandosi le mani sul grembiule unto e sdrucito.
– Non si preoccupi – rispose Gallo con un sorriso mieloso. – Sono tutti operati.
– Tranne il suo – aggiunse Tordo, ammiccando verso Falco. – Ma è addomesticato.
– Ah! Non fatemi scherzi, eh? – riprese l’omaccione – Ne vedo uno un po’ su di giri. – Pure lui diede un’occhiata fuori dalla finestrella. – Bell’esemplare viola, però. Non c’è che dire.
– Si è quello addom... – le parole di Tordo furono interrotte dall’entrata di tre rumorosi avventori vestiti di nero. Palesemente ubriachi.
Il locandiere si allontanò dal loro tavolo e si diresse verso il gruppetto, mentre Falco alzava il sopracciglio. – Visto? Lo sapevo io che Scintilla aveva avvertito qualcosa.
Gallo si torse di nuovo sulla panca, mentre Picchio affondava la testa negli avambracci. – I Crisantemi...
– Ehi pivelli! – Il più alto e robusto dei tre, dai lunghi capelli neri e il naso aquilino, si avvicinò loro, ridendo sguaiato. – Verrete a sentirci alla festa di inizio estate?
– Cosa? – esclamò Tordo, terrorizzato.
– Già. – Il ceffo ridacchiò, voltò una sedia e si sedette a cavalcioni di fianco al loro tavolo. – Pare che quest’anno toccherà a noi esibirci. Ma... – e il suo tono di fece più affettato – ovviamente, siete invitati.
– Io ve l’avevo detto di... – ma il sussurro di Picchio venne ricoperto dagli schiamazzi degli altri due Crisantemi, che si stavano avvicinando a loro volta.
L’Albino sbadigliava e si stropicciava con un lembo del mantello la faccia butterata, mentre il Rosso cercava di procurarsi tre pinte a gran voce.
– Si dice in giro che stiate perdendo un sacco di date – proseguì il bruno. Occhi obliqui di pece, come punte di spillo, sopra zigomi alti già ricoperti da grinze. – A noi non può fare altro che piacere. – Il suo sorriso svenevole fece prudere le dita a Picchio. – Ma sarei curioso di sapere cosa stia succedendo alla vostra proverbiale fama.
I ragazzi al tavolo si guardarono l’un l’altro interdetti, fissandosi infine su Falco.
– Cosa intendi dire, Nero? – chiese Picchio, aggrottando le sopracciglia. – Non ci risulta di aver perso proprio niente.
– Ah! Ma come? – rispose l’altro mellifluo, allacciandosi le mani dietro la testa con ostentata rilassatezza. – Il Conte ci ha detto di averci scelti per il compleanno di sua nipote al posto vostro, perché qualcuno di voi l’anno scorso si mise in testa di conquistarla... – Gallo non si prese il pugno di Picchio in faccia giusto perché questi era troppo intento ad ascoltare il seguito del discorso del Nero. – Dopo le feste per i fuochi d’estate avremo anche quelle per il raccolto e pure il giorno della Vigna.
Nessuno dei Mottetti riuscì a spiccicare parola, mentre il Rosso e l’Albino arricchivano le notizie del Nero parlando di serenate, matrimoni e nascite che avevano già in prenotazione.
Picchio lanciò ai tre un sorrisetto di convenienza. – Non c’è che dire, ragazzi. Davvero complimenti per il vostro piano d’invasione.
Tordo lo guardò sconcertato e si nascose dietro la schiuma della birra.
Gallo era già occultato dallo specchio.
– Noto una certa inflessione nel tuo tono di voce, Picchio – sibilò il Nero, avvicinandoglisi con le mani serrate ad artiglio. – Sembra quasi tu ci stia accusando del fatto che stiamo facendo qualcosa di proposito.
– Hai notato male, mio esimio collega – ribatté Picchio, senza allentare il sorrisetto che si era stampato in faccia. – Io vi stavo accusando del fatto che ci state facendo qualcosa di proposito.
– Ehi, barbetta, vedi di non fare troppo il sapientone – bofonchiò il Rosso, protendendosi verso Picchio. – Non so chi l’avrebbe vinta fra i miei pugni e i tuoi.
Quando Picchiò si alzò per fronteggiarlo, il locandiere si precipitò verso di loro. – No, no. – Gridò, mentre i pochi clienti rimasti si erano fermati per osservare la scena. – Se volete picchiarvi fatelo fuori, ma non qui da me, d’accordo?
I due stavano ancora ringhiando, quando Falco si alzò. Li sovrastava tutti. Ma non guardava nessuno. Si lanciò il mantello dietro una spalla e s’incamminò con calma verso l’uscita, trascinandosi dietro Gallo e il suo specchio. Tordo li seguì trotterellando fra un tavolo e un altro, sotto le ingiurie del Rosso e dell’Albino.
Quando Falco raggiunse l’entrata, si voltò verso il tavolo che avevano occupato e alzò appena il mento verso Picchio; questi sbuffò e guardò altrove.
– Continuo a credere che tu non abbia fatto un’ottima scelta, vecchio compare – esclamò il Nero, rivolgendosi a Falco. – Presto te ne pentirai.
Ma l’unico che si fece sfuggire qualcosa di bocca prima di sparire dalla loro vista fu Picchio: – Sarai tu a pentirti di quello che hai fatto.


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