Metal Shock N. 467, 16/31 Marzo 2007 - Prog Planet - Retrospettive - Renaissance: non solo folk rock
Tra i gruppi presi in esame dai principali studi sul progressive rock, è raro trovare i Renaissance; sono semmai più spesso inseriti nel filone folk-rock, assieme a gruppi quali Incredibile String Band, Fairport Convention e Steeleye Span, quasi come se la scelta di privilegiare la musica rinascimentale (già il nome del gruppo è rivelatore delle scelte effettuate dai membri), rispetto alla toccata barocca o alla sinfonia romantica (neanche questo è esatto a ben vedere) sia indice di genere o meno.
Io credo che il fare musica folk o rock folk, e il proporne svariati assaggi o innesti in una gamma più ampia di scelte stilistiche, armoniche, strutturali, ideologiche e timbriche, sia alquanto diverso. Se così non fosse sfido chiunque a etichettare i Jethro Tull, a mio avviso molto meno inseribili nel genere degli stessi Renaissance: se i Jethro Tull hanno fatto anche del progressive rock, i Renaissance (se non altro in riferimento al periodo aureo del genere), ne hanno sempre toccata ogni forma espressiva. Basti rilevare che, nella loro carriera, i Renaissance, oltre a valorizzare l’uso di strumenti acustici (senza escludere quelli legati al mondo orientale) o connessi alla tradizione colta europea, hanno fatto anche ampio uso di strumenti elettrici, elettronici, amplificati e distorti, non ultimi gli strumenti a tastiera tanto associati al genere, dal semplice pianoforte (sicuramente poco rappresentativo dell’epoca rinascimentale…) al Mellotron. Nel primo album omonimo del 1969, queste caratteristiche sono già tutte presenti e già ho fatto notare (sempre per evidenziare le varietà timbriche ed evocative) l’uso del clavicembalo nel brano “Wanderer” (vedi Metal Shock N. 422, 15/31 Gennaio 2005, pp. 16 – 17: “Nuovi Solisti”).
La giustapposizione equilibrata, tra episodi acustici ed episodi elettronici, è frequentemente usata nel rock progressivo per la ricerca della varietà, in particolar modo quella timbrica. Questa scelta ha lasciato spesso spazio alla critica per scandagliare il rock progressivo tramite riferimenti sessuali, estendendo lo scontato dualismo aggressivo/dolce all’espressione “maschile – elettronico / femminile – acustico”. Se però sono stati quasi sempre presi a modello, data la loro maggior visibilità, i Genesis (indubbiamente maestri in quest’arte), vorrei sottolineare che, al di là di qualsiasi azzardata e pretenziosa interpretazione psicanalitica, i Renaissance hanno portato all’estremo questa ricerca con l’inserimento della voce femminile (per approfondimenti vedi Metal Shock N. 417, 1/15 Novembre 2004, pp. 16 – 17: “La Voce”).
Una delle maggiori forme espressive del rock progressivo è inoltre la suite multisezionata: costituita da più movimenti, spesso ampi e strumentali, che si richiamano l’un l’altro, la suite presenta anche sezioni vocali che si configurano come canzoni a sé stanti. L’elenco delle suite di questo tipo include alcuni tra i titoli più famosi dell’epoca e del genere e le ben nove sezioni di “Song of Scheherazade” (dall’album “Scheherazade & other stories”, del 1975) ne sono sicuramente uno degli esempi più significativi.
Forme rinascimentali e barocche come il canone e la fuga appaiono poi in svariati brani, per esempio, di Gentle Giant o Emerson, Lake & Palmer; una fuga è anche il settimo movimento di “Song of Scheherazade”: “Fogue for the sultan”; ispirazioni classiche e romantiche (soprattutto derivate dall’est europeo) sono poi disseminate in quasi tutti i loro lavori.
Per quanto riguarda le influenze letterarie che legano i temi verbali di numerosi album progressivi alla letteratura controculturale o a testi dall’interpretazione occulta, c’è da dire che i Renaissance preferiscono riferirsi a opere più accessibili al grande pubblico, pur restando spesso nell’ambito ‘orientaleggiante’ (caro, per esempio, agli Yes): l’ampiamente citato “Scheherazade” è ispirato difatti a “Le Mille e una notte”.
Pur considerando che gran parte dei testi dei Renaissance sono opera della poetessa inglese Betty Thatcher, non posso fare a meno di aggiungere che non mancano certo brani puramente narrativi che, sempre collegati al tipico verso sciolto del progressive rock costruito sui metri dispari, non si propongono di sviluppare particolari tematiche sociali, ma vengono proposti per il semplice gusto di raccontare una storia. Abbiamo così “Trip to the fair” (sempre in “Scheherazade & other stories”): l’onirico viaggio a una fiera paesana dove, come in un brutto sogno, non si trova nessuno…
Il gruppo non si discosta dalle scelte favolistiche o orientaleggianti fatte dai loro ‘colleghi progressivi’ neanche in fatto di copertine, altro tema da me già approfondito (vedi Metal Shock N. 425, 1/15 Marzo 2005, pp. 16 – 17).
I Renaissance, come numerosi altri gruppi progressivi, sul finire degli anni ’70, semplificheranno (‘commercializzeranno’) le loro strutture e si rivolgeranno soprattutto a temi romantici (vedi “A Song for All Season”, del 1978). A partire dall’80 organizzeranno poi sporadiche reunion di scarso rilievo, sia commerciale, sia in merito ad apporti innovativi.
Consiglio comunque gli studio album tra il ’69 e il ‘78, ricordando che, a partire dal terzo album, la formazione cambia totalmente (del nucleo originario facevano parte tra l’altro Keith Relf e Jim McCarty dei disciolti Yardbirds), tanto che si potrebbe palare di “Renaissance II” (n.d.a.: per i dati discografici mi sono attenuta alla prima uscita in vinile):
Renaissance, Island 9114, 1969
Illusion, Island 6339017, 1971
Prologue, Sovereign/EMI SVNA 7253, 1972
Ashes Are Burning, Sovereign/EMI SVNA 7261, 1973
Turn of the Cards, Sire/Famous Music SAS-7502, 1974
Scheherazade & other stories, Sire/Famous Music SASD-7510, 1975
Novella, Sire/ABC SA-7526, 1977
A Song for All Seasons, Warner Bros./Sire/WEA K56460, 1978
Irene Vanni

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