venerdì 25 novembre 2011

Yes - Il trionfo della spiritualità progressiva

Metal Shock N. 448, 15/28 Febbraio 2006 - Prog Planet - Retrospettive - Yes: Il trionfo della spiritualità progressiva


La prima prova degli Yes (“Yes”, 1969) risulta, a differenza degli esordi di molti altri gruppi progressivi, già abbastanza inseribile nel lavoro complessivo del gruppo; è certo più acerba di quelle successive e l'influenza di Beatles e Moody Blues si fa sentire apertamente; ma è proprio questo 'apertamente' che vorrei approfondire. Gli accompagnamenti e l'orchestrazione, arricchiti dalla tipica vocalità dell’alto tenore Jon Anderson, già hanno un loro stile, un 'sound' riconoscibile. Il fattore interessante però è l'inserimento sia di citazioni colte sia di citazioni popular: “I see you” presenta, nell'assolo di chitarra, un breve inciso della Fuga del preludio numero 2 in do minore del Libro 1 del Clavicembalo ben temperato di Bach; “Every Little Thing”, oltre a essere essa stessa una cover dei Beatles, riporta, nell'introduzione strumentale, un inciso che è, senza ombra di dubbio, il riff di “Day Tripper”.
     Un fattore importante che ancora manca sono però le implicazioni letterarie dei testi verbali, che saranno uno dei tratti salienti degli Yes successivi (basti portare quale esempio “The Gates of Delirium”, da “Relayer”, del ’74, che deriverà i suoi temi da “Guerra e pace” di Tolstoj).
     C'è comunque da tenere di conto che, nella formazione di partenza degli Yes, ancora mancano due degli elementi più carismatici del gruppo, ovvero il chitarrista Steve Howe (allora con i Tomorrow) e il tastierista Rick Wakeman, al momento impegnato con un altro gruppo orientato al rock progressivo, gli Strawbs (in anni posteriori porteranno avanti il medesimo concetto dei maggiori gruppi progressivi, anche se con successo inferiore), ed è certo con gli album successivi, come per i Genesis, che gli Yes matureranno a pieno i caratteri del genere.
     Parlando del ruolo del basso nel progressive rock già ho sottolineato l’importanza che Chris Squire, portando all’estremo le soluzioni dei ‘secondi Beatles’ e della psichedelia, dà alle sezioni soliste e virtuosistiche di questo strumento. E’ stato inoltre più volte rilevato, nel corso dei precedenti speciali sulla strumentazione progressiva che, la chitarra, diversamente che in altri generi rock, svolge un ruolo relativamente marginale nell’organico, a vantaggio degli strumenti elettronici a tastiera (Rick Wakeman è forse il tastierista ‘progressive’ più noto insieme a Keith Emerson, al quale è stato spesso messo a confronto scatenando all’epoca una sorta di faida tra sostenitori dell’uno e sostenitori dell’altro). Sempre in queste sedi ho notato come, in definitiva, l’unico chitarrista ‘virtuoso’ che non si doppia in qualità di bassista o cantante (come succede, per esempio, per Greg Lake) o “mente tutto-fare” (Robert Fripp) sia appunto Steve Howe. Ampio spazio ho dedicato anche all’entrata in scena, con Bill Bruford, della figura del ‘batterista virtuoso', la cui gamma di strumenti e metri ritmici a disposizione si moltiplica a dismisura.
     Quello però che, a mio parere, è il tratto distintivo per antonomasia degli Yes, è un altro. Come ho già avuto modo di accennare in merito agli speciali su “La Voce” (Metal Shock N. 417, 1/15 Novembre 2004, pp. 16 – 17) e “Le Copertine” (Metal Shock N. 425, 1/15 Marzo 2005, pp. 16 - 17.), l’aspetto utopistico e spirituale del rock progressivo è espresso in modo più caratteristico e esemplare proprio dagli Yes.
     La formazione più nota (Anderson, Howe, Wakeman, Squire e Bruford), sarà ricordata soprattutto per “Fragile” (’71), “Close to the edge” (’72) e “Tales from Topographic Oceans” (’73). Quest’ultimo si basa su di una singola nota a piè di pagina del testo religioso di Swami Paramahansa Yogananda “Autobiography of a Yogi”. E’ indubbio che i testi degli Yes siano pervasi da una spiritualità ostentata, quasi ossessiva, risultante da tutte le religioni da Anderson in qualche modo abbracciate (buddismo, cristianesimo, religione Maya, hawaiana, celtica) che finisce per risolversi in una sorta di neopaganesimo che, immanentista e panteista, trova lo spirituale e il positivo in ogni cosa (già il nome ‘Yes’ è un’affermazione, un’apertura di partenza). Il simbolismo letterario e religioso è presente ovunque, tanto che, spesso, viene a mancare una logica consequenzialità dei versi, che risultano oscuri. Ma lo scopo di Anderson non è descrittivo: i temi sono cosmologici, le immagini archetipiche (terra e natura): più che narrare vuole evocare. Nel brano “The Ancient”, Anderson grida il nome del sole in svariate lingue arcaiche, prima di delineare una storia della sconfitta del paganesimo da parte di una nuova religione conquistatrice e superficiale, apportatrice di guerra. In “Ritual” si serve del francese per la dichiarazione di fede ed è interessante notare, in questo brano, la ripresa, da parte della chitarra, di un tema della titletrack dell’album precedente: “Close to the edge”, a significare un collegamento tematico tra un disco e l’altro. Se infatti il motivo ispiratore di “Tales from Topographic Oceans” è l’autobiografia di uno yogi, non bisogna dimenticare le tematiche ‘indiane’ in Herman Hesse, il cui “Siddharta” è stato lo spunto per “Close to the edge” (il paesaggio della copertina interna è stato da me interpretato, nello speciale suddetto, come una metafora della ‘quest’ per la ricerca della verità).
     Considerando l’operato degli Yes che segue il declino del progressive rock (la magica sigla affermativa di proprietà ormai del solo Squire si rivolgerà, pur se con prove indimenticabili, a un pop-rock di matrice americana) credo che non ci sia ombra di dubbio nel considerare degno erede di queste pietre miliari della storia del rock il solo album a opera della sigla “Anderson, Bruford, Wakeman & Howe” (Omonimo, del 1989). Oltre ai singoli e riconoscibilissimi stili dei quattro membri fondatori “avanzati”, si porta di nuovo avanti (con mezzi più moderni e qualche anno in più d’esperienza…) anche il tema ‘pagano’ caro a Jon Anderson (la suite “Brother of Mine” ha avuto a suo tempo anche discreta visibilità). Lo consiglio vivamente, al pari dei classici.

Irene Vanni

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